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La Scherma Salentina

Nel Salento esiste una forma d'arte marziale, la scherma salentina che, come altre nel mondo, nasce dal volgo, dalla strada, come sistema di difesa personale. Ma cos'è? Quando è nata? Come si è sviluppata? Su quest'argomento ancora si hanno molti dubbi e diversi sono i punti di vista e le scuole di pensiero che nei momenti di confronto rendono vivace la discussione. Ragion per cui, tentare di comporre l'immagine che la scherma del Salento offre col suo carico di significati è compito difficile in quanto bisogna dare atto ai continui cambiamenti e alle trasformazioni dei contesti socio-culturali a cui essa appartiene. Un metodo di autodifesa, quello salentino, con le sue regole e i suoi codici che solo i nostri avi hanno saputo celare nel corso dei secoli. Essendo vissuti essi nella drammaticità di esclusi, nella marginalità di esseri sociali, in un Salento diviso in feudi, hanno devotamente conservato nel seno dei propri nuclei familiari l'arte di difendersi con il coltello trasmettendola oralmente per filios filiorum e, in tal maniera, garantendone la sopravvivenza. I pochi maestri, ultimii depositari di questa lotta, 'maliziano' il coltello con tale disinvoltura che sembra sia per loro una dote innata.
Da varie fonti orali si apprende che la scherma salentina affonda le radici tra le storie e le avventure degli appartenenti alle società malavitose dell' 800 e, nella fattispecie, nella Onorata Società.
Una semplice supposizione che potrebbe essere avvalorata se si legge il testo di una canzone molto conosciuta, di probabile derivazione napoletana, intitolata "A San Franciscu", in cui chiari e numerosi sono i riferimenti all'Onorata Società.
Inoltre, "pazziata" è uno dei termini con cui viene inidicata in alcuni luoghi la scherma salentina e, nel "Gergo della malavita napoletana" di E. Mirabella, "pazziaro" è il maestro di scherma, unico addetto all'insegnamento della scherma di coltello.
Ancora, vale la pena ricordare la descrizione di ciò che vide A. Gramsci durante una cerimonia in suo onore nel carcere di Castelammare, così trascritta in una delle "Lettere dal carcere" (11 aprile 1927):
"...i pugliesi sono maestri di tutti: accoltellatori insuperabili, con una tecnica piena di segreti e micidialissima, sviluppata per superare tutte le altre tecniche. Un vecchio pugliese, di 65 anni, molto riverito, ma senza dignità statali, sconfigge tutti i campioni degli altri "stati"; poi, come clou, schermisce con un altro pugliese, giovane di bellissimo corpo e di sorprendente agilità, alto dignitario e al quale tutti obbediscono e per mezz'ora sviluppano tutta la tecnica normale di tutte le tecniche sconosciute.
Scena veramente grandiosa e indimenticabile, per tutto, per gli attori e per gli spettatori: tutto un mondo sotterraneo, complicatissimo, con una vita propria di sentimenti, di punti di vista, di punto d'onore, con gerarchie ferree e formidabili, si rivelavano per me. Le armi erano semplici: i cucchiai, strofinati al muro, in modo che la calce segnava i colpi nell'abito".